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 Un vitello racconta la sua breve vita in una lettera

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miriam caldarazzo
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MessaggioOggetto: Un vitello racconta la sua breve vita in una lettera   Ven 5 Mar 2010 - 12:51

La mia vita è stata breve. E durata solo pochi mesi. Dicono che quelli come me vivono, liberi nella natura, molti anni: quindici-venti.
Natura. Non so cosa significhi questa parola. Ma deve essere qualcosa di bello.
La mia mamma era grande, e buona. Quando sono nato mi ha subito nutrito col suo latte, che era dolce, cremoso. Buono. Era il latte della mia mamma. Era affettuosa, ed era bella, la mia mamma. Aveva grandi occhi che mi guardavano con amore. Ma dopo pochi giorni vennero e mi portarono via. Ricordo tutto. Il pianto della mamma. Le mie urla. Perché ci hanno voluto separare?
Mi misero in una specie di scatola dove non mi potevo muovere, non mi potevo girare, né distendermi del tutto.
In questa prigionia, in questo isolamento, passai diversi mesi. Dormivo male. Non sognavo più. Almeno nei sogni avrei potuto rivedere la mia mamma. Ma nemmeno quello mi era concesso. Da mangiare mi davano un liquido bianco, senza sapore, del tutto diverso dal latte della mamma. Avevo sempre fame, quella roba non mi nutriva. Ero debole, e stanco, e annoiato.
Non potevo giocare coi miei compagni, rinchiusi come me in altre scatole in quel luogo privo di luce. Ero triste, solo. Avevo il cuore spezzato dalla nostalgia per la mia mamma. E per l'erba e l'aria pulita che sapevo esistere anche se non le avevo mai viste e annusate.
Passava il tempo e io mi sentivo impazzire, ogni giorno di più. La mia tristezza si mescola all'odio, per chi ci teneva prigionieri, per chi ci obbligava a questa tortura.
Un giorno, vennero a prendermi, e mi portarono via di nuovo. Sentii rinascere la speranza. Forse posso tornare dalla mia mamma? Pensavo. Chissà quanto sarà stata in pena. Invece mi fecero entrare in una scatola molto più grande, assieme a tutti i miei compagni. Stavamo così stretti che quasi non riuscivo a respirare. La scatola inizi a muoversi, e noi non riuscivamo a tenerci in equilibrio, e avevamo paura, quelli che cadevano finivano schiacciati.
Era caldo e non avevamo acqua da bere. Continuò così per molte, molte ore, forse per giorni. Alla fine arrivammo, stremati. Finalmente l'aria aperta, la luce del sole. Forse qui potevamo stare in pace, pensavo. Almeno, quelli di noi che non erano morti, o feriti.
Ci fecero mettere in fila. Sentivamo un cattivo odore, che ci rendeva inquieti, e spaventati, anche se allinizio non riuscivamo a capire cosa fosse.
Poi capimmo. Era sangue.
E tutto fu chiaro. Ci avevano portato fino a lì, lungo quel viaggio massacrante, per ucciderci. Perché? Non lo sapevamo.
Tentammo di scappare, ma non fu possibile. Uno alla volta, ci facevano salire su una pedana, ci davano un colpo alla testa, ci appendevano a testa in giù, e ci tagliavano la gola. Il sangue usciva, e inondava il pavimento e le mani e i vestiti degli uomini. Ma loro non ci badavano, erano tranquilli e allegri.
Fischiettavano, abituati al massacro. Una volta sgozzati, ci tagliavano a pezzi, con coltelli e seghe elettriche. Io continuavo a non capire il perché. Provavo quasi più stupore che paura.
Assieme all'odio, aumentato dalla delusione. Che illuso a pensare che mi avrebbero liberato, dopo tutti quei mesi di prigionia!
Venne il mio turno. Mi diedero un colpo alla testa, ma non gli riuscì bene, ed ero ancora cosciente. Sentii, intontito come ero, la lama penetrare nella mia gola. Cercai di scappare, ma non riuscivo a muovermi. Ci misi un bel pò, a morire.
Di solito, finisce qui. Ma ogni tanto, a uno di noi viene concesso di sopravvivere nello spirito, come un fantasma. Staccarsi dal corpo, ma vivere ancora con la mente, vedere, sentire, capire. Capire fino a un certo punto: il perché di tutta questa cattiveria non potrà mai essere spiegato e capito.
Seppi così che io ero stato un vitello a carne bianca. Che la mia mamma era una vacca da latte. E ancora lì, che partorisce miei fratelli e sorelle, per produrre il latte che gli uomini le rubano. Tra pochi anni ammazzeranno anche lei come hanno fatto con me, quando non produrrà più abbastanza.
Seppi che gli uomini che ci tengono prigionieri si chiamano allevatori, che quelli che ci uccidono si chiamano macellai, che quelli che mangiano le nostre carni si chiamano onnivori. O carnivori. O mangiacadaveri.
Seppi anche che avevo un potere, come spirito: apparire nei sogni degli uomini, e trasformarli in incubi, rendere le loro notti un inferno, e i loro giorni una tortura, fino a farli impazzire.
Imparai ad usarlo. Se notate che il vostro macellaio ha gli occhi cerchiati, la mattina... ora sapete perché. Prima o poi toccherà anche chi mangerà i miei fratelli.

di Marina Berati
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